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LA VIOLENZA SUI LAVORATORI AD OPERA DI TERZI
2015-04-01

LA VIOLENZA SUI LAVORATORI AD OPERA DI TERZI

Mobbing e sopruso: le principali nuove cause scatenanti dello stress da lavoro

Negli ultimi cinque anni il tema dello stress lavoro correlato ha assunto una posizione sempre più centrale negli studi e nelle misure statistiche relative agli infortuni sul lavoro e alle malattie professionali. L’aumento esponenziale dei casi di denuncia e di segnalazione di situazioni al limite della destabilizzazione in alcuni luoghi di lavoro lo dimostra. Difficoltà di comunicazione, turni di lavoro da dodici ore, incomprensioni con superiori e colleghi. Tutto ciò che non rende armoniosa la vita lavorativa di una persona può portarlo nel breve o lungo termine a un punto di rottura, fatto di attacchi di panico, ansia e stress, per l’appunto.

Esistono due aspetti, però, che ancora risultano poco indagati all’interno delle tante questioni connesse allo stress lavoro correlato. Il mobbing e la violenza sui lavoratori ad opera di terzi.

Recentemente il Dott. Renato Gillori, neuropsichiatra direttore del Centro per il Disadattamento Lavorativo di Milano, ha dichiarato che, dati alla mano, il 15% dei lavoratori europei sostiene di essere/essere stato vittima di mobbing. Un numero spaventosamente alto, che ci parla di una società di lavoratori altamente ansiogena – aspetto incentivato dalla precarietà del posto di lavoro – ma anche di condizioni di lavoro destabilizzanti.

Secondo il sociologo Richard Sennet, “le nuove modalità flessibili del lavoro rischiano di corrodere quei tratti del carattere dell’uomo che gli permettono di mettersi in relazione con gli altri e gli donano una personalità sostenibile.” Le persone-lavoratori, insomma, perdono i loro riferimenti e questo li catapulta in una condizione di stress.

A questo si va sommando un altro fenomeno, ovvero la violenza sui lavoratori da parte di terzi. Con questa espressione si intende “violenza fisica, l’aggressione verbale o la minaccia di violenza fisica in cui l’aggressore non è un collega ma è una persona, un cliente, un paziente che riceve un bene o un servizio” e l’Agenzia Europea per la Salute e la Sicurezza sul Lavoro (EUOSHA) sostiene che il 20% dei lavoratori dell’UE denuncia questa condizione. I settori in cui si registra il più alto rischio di violenza ad opera di terzi sono quello dei servizi sanitari e sociali, il commercio, l’istruzione, i trasporti e il reparto delle forze dell’ordine. Come è facile immaginare, tutti settori che non possono prescindere da un contatto diretto con (numerose) persone.

Il problema è significativo e necessita un approccio sinergico da parte di organizzazioni affinché possa essere implementato un piano di sensibilizzazione preventiva e un servizio di sostegno. La violenza ad opera di terzi comporta un deterioramento della salute del lavoratore: stress, delusione, paura, rabbia, ansia, angoscia, frustrazione, insoddisfazione, fino anche al desiderio di lasciare il posto di lavoro. Queste emozioni e sensazioni rendono il lavoratore meno produttivo, più incline a comportamenti disfunzionali e disturbi psichiatrici affini allo stress post-traumatico, il senso di colpa, la vergogna, l’autocondanna e la demotivazione. La qualità delle loro performance diminuisce, il rischio di infortuni e malattie professionali aumenta e così anche gli errori.

EUOSHA ha reso disponibili alcune linee guida per identificare e scongiurare il problema. Una scaletta di azioni mirate che è necessario svolgere per sostenere i lavoratori e aiutarli nella gestione della violenza subita. Aspetti importanti, anche se possono apparire secondari, sono la cura del layout e dell’organizzazione degli spazi di lavoro, magari predisponendo un servizio di sorveglianza (anche da remoto) e una diversa strutturazione architettonica; una particolare attenzione alla comunicazione e il supporto alle vittime. Al momento non è ancora disponibile un quadro normativo di riferimento, ma l’urgenza è sempre più impellente.

Da alcuni studi, sembrerebbe che lo stress colpisca soprattutto le persone particolarmente rigide e poco inclini al cambiamento. Lo stress, di fatto, porta il lavoratore a perdere il controllo di quello che sta facendo, e di conseguenza a non trovare un senso nel proprio fare.
Il consiglio del Dott. Gilleri nel caso in cui vi fosse la possibilità di scelta e si potesse o volesse rinunciare al proprio lavoro è quello di trovare un compenso altrove: un’attività più compatibile con le proprie caratteristiche.