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I RISCHI AL FEMMINILE: LE DONNE E GLI INFORTUNI SUL LAVORO NEL PANORAMA ITALIANO ED EUROPEO
2015-03-17

I RISCHI AL FEMMINILE: LE DONNE E GLI INFORTUNI SUL LAVORO NEL PANORAMA ITALIANO ED EUROPEO

Una ricerca INAIL indaga le differenze di genere negli infortuni sul lavoro

In occasione della Giornata Internazionale della Donna, l’Istituto di Consulenza Statistico Attuariale dell’INAIL ha rilasciato una ricerca sulle differenze di genere che pone al centro le lavoratrici, le loro imprescindibili caratteristiche femminili e i rischi ai quali, per fattori fisici, culturali e prestazionali si trovano più esposte.

In Italia le donne rappresentano il 52% della popolazione in età da lavoro (dai 15 anni), ma il 41,6% degli occupati, prevalentemente al Centro-Nord.

L’analisi, che si concentra sull’anno 2013, parte dalla considerazione di due fondamentali dati statistici. Da una parte la generale diminuzione degli infortuni occorsi sul lavoro alle donne (-5,6%), un dato che si inserisce nel più generale decremento degli infortuni sul lavoro (-8,9%) ma che comunque risulta essere inferiore a quello maschile (-7,8%); dall’altro il se pur contenuto calo del numero assoluto delle donne occupate: meno 128.000 lavoratrici tra il 2012 e il 2013 (pari a un -1,4%).

Nel 2013 gli infortuni denunciati all’INAIL che hanno interessato le lavoratrici per i tre principali settori di interesse (agricoltura, industria, dipendenti conto Stato) ammontano a circa 207.000, pari a circa 1/3 (34,1%) del totale degli incidenti (606.000). A questo vanno sommati i 38.500 incidenti capitati alle studentesse delle scuole pubbliche e i 900 delle casalinghe.

Dalla ricerca emerge che l’86% degli infortuni femminili si è verificato nel settore dei servizi (contro il 46% degli infortuni maschili). Il 12% è avvenuto invece nel settore industriale (dove il dato maschile sale al 46%) e solo il 4% in agricoltura (la metà degli incidenti che hanno coinvolto uomini). Più nel dettaglio, nel confronto tra incidenti maschili e incidenti femminili rileviamo che i casi che hanno riguardato le lavoratrici corrispondono al:

  • 88,2% tra il personale domestico
  • 73,1% nel settore sanitario e dei servizi sociali
  • 72,3% nel confezionamento
  • 3,3% nella metallurgia
  • 2,5% nelle costruzioni
  • 74,5% tra i dipendenti statali (di questi, l’86% nelle scuole).

Chiaramente il dato è accordato alla concentrazione delle lavoratrici in determinati settori professionali, a fronte di altri che restano ad oggi a prevalenza maschile.

Il 18% degli incidenti femminili avvengono nel tragitto tra casa e lavoro, uguali a un numero assoluto di 37.000 casi (53% del totale). Tra uomini e donne, dunque, non si registra una significativa differenza. Ciò che cambia è però il numero degli incidenti in itinere (ovvero legati al rischio-strada) mortali: 1 su 2 per le donne, 1 su 5 per gli uomini.

Nel 2013 il numero degli incidenti mortali in cui sono rimaste vittime le lavoratrici è stato di 69, ovvero il 9,2% del totale. Sono invece morti sul lavoro 746 uomini. Due numeri altamente distanti tra loro, ma che registrano andamenti opposti. Sono infatti in crescita gli incidenti mortali che riguardano donne, mentre diminuiscono (ben meno 121 unità rispetto al 2012) gli uomini rimasti uccisi per motivi di lavoro.

La principale causa di lesioni – in particolare lussazioni e contusioni – è la caduta, che interessa infortuni soprattutto alle mani e ai polsi per un totale di 20 punti percentile per le donne, 28,5 per gli uomini. Questo dato non può essere per sua natura svincolato da quelli relativi alle lesioni occorse ad altre sedi del corpo umano dei lavoratori: il peso assunto da queste altre sedi, infatti, è quasi sempre superiore nelle donne che negli uomini. Si tratta di dolori alle articolazioni, agli arti e alla colonna vertebrale.

Per quanto riguarda le fasce di età più colpite, in termini assoluti, con un valore di 88.791 casi, le lavoratrici tra i 35 e i 49 anni risultano essere le più soggette a infortuni. Il primato è raggiunto anche per numero di casi mortali, pari a 32 del totale. In valori percentuali, però, sul totale delle occupate, la fascia più infortunata per rapporto tra numero di lavoratrici e incidenti occorsi risulta essere quella compresa tra i 50 e i 64 anni, che raggiunge il 39,9% degli infortuni, superiore al 33,9% delle colleghe più giovani.

Di tutti gli incidenti femminili, il 13% (ovvero 26.799) riguarda lavoratrici straniere.

In controtendenza, rispetto al generale calo degli infortuni, sono le denunce per malattie professionali, che nel 2013 salgono a quota 15.00, di cui 29,1% avanzate da donne. Un dato in netta crescita rispetto all’anno precedente (registra infatti un +11,3% dei casi e un +55% delle denunzie) soprattutto al nord-est (+36%). La prevalenza delle patologie riguarda l’apparato osteoarticolare e quello muscolo-tendineo, che rappresenta il 63% dei casi maschili e l’87% dei casi femminili. Particolarmente denunciata è la sindrome del tunnel carpale, con 3031 casi nelle donne e 2717 casi negli uomini. Questa ricerca e in particolare le differenze tra uomini e donne registrate dai dati qui riportati fanno emergere forte la necessità di un approccio specifico e sensibile alle specificità di genere nelle questioni relative a Salute e Sicurezza sul Lavoro, in maniera tale da rendere la vita delle lavoratrici più sana, sicura e produttiva. Un discorso che riguarda non solo l’Italia, ma l’Europa tutta.

Le donne rappresentano il 45% degli occupati europei, ma ad oggi è facile evidenziare come le professioni, le condizioni di lavoro e le modalità di trattamento restino diverse tra loro e i colleghi maschi. Queste disparità producono una naturale influenza sui pericoli. Uomini e donne sono fisicamente diversi e si trovano concentrati in specifiche professioni. Hanno diverse capacità prestazionali, ma anche differenti responsabilità in ambito casalingo e sono esposti ai rischi, specialmente a quelli di natura ergonomica, in misura differente. Aspetti, questi, spesse volte sottovalutati e assorbiti in un discorso sempre troppo generico che raggruppa tutti i lavoratori in una sola categoria. È sufficiente considerare un esempio su tutti per comprendere quanto la questione sia culturale prima ancora che scientifica: la progettazione dei d.p.i., che nella stragrande maggioranza dei casi è calibrata tenendo conto delle caratteristiche di un individuo medio di sesso maschile. Un aspetto questo che andrebbe stimolato a cambiare nella cultura imprenditoriale affinché si tenesse conto delle differenze di genere.

A tal proposito, è possibile testimoniare come dal punto di vista normativo, il D.Lgs 81/2008 compie un passaggio molto importante poiché, a differenza di quanto accadeva nel Decreto 626, il cui destinatario era un generico e neutrale lavoratore, il Testo Unico si propone l’obiettivo di garantire «l’uniformità della tutela delle lavoratrici e dei lavoratori sul territorio nazionale attraverso il rispetto dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, anche con riguardo alle differenze di genere, di età e alla condizione delle lavoratrici e dei lavoratori immigrati» (art. 1). Sia le valutazioni di idoneità contenute nei rapporti dei medici, sia la valutazione dei rischi devono tenere conto delle differenze di genere. Di fatto, è un obbligo che il datore di lavoro ha.
Qualora l’obbligo normativo non fosse sufficiente a convinverci nell’operare in questa direzione, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dimostrato statisticamente quanto investire su una sicurezza che tenga conto delle differenze fra uomini e donne non sia soltanto vantaggioso per la loro salute, ma anche motivo di incrementodei benefici economici. Intanto vengono abbattuti i costi che la società deve sostenere per infortuni e malattie professionali, ma soprattutto viene incoraggiato il miglioramento tecnologico e quindi l’efficienza produttiva delle aziende. Come se non bastasse, bisogna tenere in considerazione la nuova tendenza secondo la quale in uno scenario di mercato sempre più avanzato, i consumatori e gli stakeholders misurano il loro interesse verso un’azienda combinando fattori di qualità dei beni e dei servizi erogati con fattori legati anche alla sostenibilità sul fronte delle condizioni di sicurezza e benessere in cui operano i lavoratori.

In gioco, quindi, non c’è msolo una questione di quote percentili, ma la possibilità che i luoghi di lavoro attenti al genere diventino veri e propri luoghi di vita collaborativi, promuoventi e valorizzanti le specificità singole e uniche delle donne e degli uomini. Un fattore, questo, da non sottovalutare.