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LUOGHI DI LAVORO: COME MISURARE LA CONTAMINAZIONE AMBIENTALE
2015-05-22

LUOGHI DI LAVORO: COME MISURARE LA CONTAMINAZIONE AMBIENTALE

Il rischio biologico è ancora privo di protocolli standard che ne chiariscano le modalità di valutazione.


Di fatto normato dal Titolo X del D.Lgs. 81/08, “Esposizione ad agenti biologici per il loro utilizzo deliberato nel ciclo produttivo o per esposizione”, il rischio biologico è ancora oggi privo di linee guida nazionali ufficiali e di protocolli standard che ne chiariscano le ragioni e le modalità di valutazione al momento della redazione del DVR.

Nonostante questa incertezza legislativa, però, l’Inail negli anni ha dato rilevanza a questo particolare rischio negli ambienti di lavoro, redigendo già nel 2005 in sinergia con la Consulenza Tecnica Accertamento Rischi e Prevenzione un apposito documento – poi aggiornato nel 2010 – noto come “Il monitoraggio microbiologico negli ambienti di lavoro. Campionamento e analisi.” Tale documento definisce uno standard tecnico-operativo di riferimento sul territorio nazionale per il monitoraggio microbiologico ambientale, l’unificazione dei criteri di lettura e interpretazione dei campioni e dei risultati e la creazione di banche dati omogenee. È stato il primo passo per sopperire alla mancanza dei valori limite di esposizione agli agenti biologici con un modello di riferimento che indicasse quali misure di controllo e prevenzione fosse importante considerare.

Il progetto, ancora oggi in evoluzione, è quello di standardizzare i protocolli di acquisizione e messa in coltura dei microrganismi in laboratorio, nonché l’unificazione nella lettura e interpretazione dei dati raccolti. Questo significa, conseguentemente, anche l’uniformazione dei parametri relativi al campionamento microbiologico ambientale di batteri e funghi; l’omogeneizzazione delle modalità di refertazione dei risultati, che vanno riportati su moduli appositamente predisposti; l’individuazione di metodiche di identificazione microbica univoche, basate su tecniche molecolari e su particolari procedure di conservazione e trasporto dei campioni.

Nel concreto, queste analisi risultano essere fondamentali per la valutazione della contaminazione microbica dell’aria. I microrganismi aereo diffusi, infatti, hanno (come per altro gli agenti chimici) potenziali effetti nocivi sulla salute degli individui. Batteri, funghi, protozoi, particelle di origini microbica (tossine, frammenti cellulari, allergeni, composti organici) e vegetale (polline), non sempre visibili a occhio nudo, ma non per questo meno pericolosi.

Prima di procedere col campionamento microbico, però, è necessario effettuare un sopralluogo utile per valutare se le attività lavorative espletate comportano l’uso deliberato di microrganismi o una potenziale esposizione agli agenti biologici ed individuare le fasi lavorative a rischio:

  • attività lavorative che comportino un uso deliberato di agenti biologici: “si procederà al monitoraggio di tali agenti, che consentirà anche la verifica dell’adozione di corrette procedure operative da parte dei lavoratori e di idonee misure di contenimento ambientale per evitare la diffusione degli agenti biologici”;
  • attività nelle quali invece, la presenza di microrganismi, eventualmente anche patogeni, non sia evitabile anche se non c’è uso deliberato: in questo caso è utile “l’applicazione di indici di contaminazione (per esempio enterobatteri e salmonelle come indici di contaminazione fecale negli impianti di trattamento delle acque reflue), che consentono di valutare la salubrità dell’ambiente di lavoro anche senza ricercare lo specifico patogeno eventualmente presente”.

Oltre ai fattori ambientali, però, la qualità microbiologica dell’aria di un ambiente di lavoro è “direttamente influenzata da fattori […] microclimatici che possono determinare o contribuire a sostenere le condizioni ottimali per lo sviluppo e la proliferazione dei microorganismi”.

Per “gli ambienti di lavoro […] indoor (uffici, scuole etc.) per i quali la presenza di agenti potenzialmente patogeni può essere considerata accidentale, la valutazione della carica microbica totale (funghi e batteri) è usualmente sufficiente”. Per attività lavorative “nelle quali il rischio connesso alla presenza di agenti biologici è di natura allergica oltre che infettiva, è molto utile affiancare ai campionamenti degli agenti biologici anche la ricerca di allergeni di origine microbica”.

Il fattore microclimatico “diventa fondamentale negli spazi chiusi, e quindi va da sé che il monitoraggio dei parametri microclimatici ed il controllo dell’aerazione è uno dei principali elementi che concorrono al mantenimento di una buona qualità dell’aria indoor, e contribuisce al buono stato di salute del lavoratore. Durante la campagna per il monitoraggio della contaminazione microbica degli ambienti di lavoro è, quindi, importante affiancare alle misure microbiologiche misure microclimatiche”.

APPROFONDIMENTO

Nel documento si ricorda inoltre che negli anni ’70 è stata descritta una patologia nota come “sindrome dell’edificio malato” (Sick Building Sindrome, SBS), nelle cui manifestazioni l’inquinamento microbiologico potrebbe giocare un ruolo determinante. Questa sindrome “raggruppa un insieme di sintomi aspecifici, quali: irritazione degli occhi, secchezza delle vie respiratorie, cefalea, sonnolenza, eritemi e pruriti cutanei. Ancora oggi non esistono correlazioni certe tra l’insorgenza della SBS e la contaminazione microbiologica, ma alcuni studi hanno rilevato che in edifici caratterizzati da SBS, Penicillium spp. rappresenta il 70-100 % dei miceti riscontrati, a differenza dell’ambiente esterno ove predominano altri generi fungini (ad esempio Cladosporium)”.